Fernando Barrios: “Ogni giocatore ha un potenziale da esprimere. Il mio compito è trovare la strada giusta per farlo crescere”.

Dalla formazione nel diritto sportivo all’allenamento dei giovani agonisti, passando per biomeccanica, neuroscienze e tecnologia. Abbiamo incontrato Fernando Barrios, coach e Direttore Sportivo di Sport Lab, per parlare del suo metodo, del lavoro con i giovani e della collaborazione con Prokennex.

Fernando, partiamo dall’inizio. Il tuo percorso verso il padel è piuttosto particolare. Come nasce?

“Sono sempre stato uno sportivo a livello amatoriale e, nel corso degli anni, mi sono cimentato in tantissime discipline: judo, basket, calcio, squash, ciclismo, running e corsa in montagna. Al di là dello sport, però, credo che la caratteristica che più mi rappresenta sia la curiosità, quella voglia costante di approfondire e capire come funzionano le cose.
Anche il mio percorso di studi riflette molto questa attitudine. Negli anni ho frequentato diverse università e master, affiancandoli a una formazione continua in ambiti anche molto diversi tra loro: dal diritto allo sport management, fino all’insegnamento del padel e alle neuroscienze applicate all’attività sportiva. Lavoravo come avvocato e proprio il diritto sportivo, insieme alla formazione in sport management, mi ha portato ad avvicinarmi sempre di più a questo settore anche dal punto di vista professionale.
Nel padel ho iniziato come istruttore, per poi passare alla gestione e allo sviluppo di diverse academy. Oggi mi occupo principalmente di direzione tecnica e allenamento, con un focus particolare sull’agonismo giovanile”.

Quando hai capito che l’insegnamento sarebbe diventato qualcosa di più di una semplice attività?

“Ho iniziato facendo diversi corsi di formazione, ma il vero punto di svolta è stato l’incontro con un allenatore professionista di livello mondiale, che mi ha fatto appassionare davvero all’insegnamento e mi ha permesso di approfondire il padel da una prospettiva completamente diversa. Da lì ho avuto l’opportunità di aprire e gestire diverse accademie e di fare formazione in varie parti d’Italia. È stata un’esperienza molto importante, anche se a un certo punto il progetto si è interrotto per una diversa visione sul suo sviluppo.
Di quel percorso, però, mi è rimasto soprattutto l’insegnamento ricevuto. Ho cercato di farlo mio, continuando a studiare e costruendo nel tempo una conoscenza e una visione sempre più profonde del padel.
Quando ho ricominciato ad allenare direttamente, mi sono accorto che tutto era diventato molto più semplice: avevo una comprensione diversa del gioco e quello che proponevo ai giocatori funzionava molto bene”.

Qual è oggi il tuo ruolo all’interno di Sport Lab e di cosa ti occupi nello specifico?

“Sono in Sport Lab, a Castel Goffredo, da circa due anni. Il mio ruolo principale riguarda il coordinamento dell’area agonistica giovanile Under 12, 14, 16 e 18.
In realtà inizialmente non avevo una grande esperienza specifica nell’agonismo giovanile. Quando mi è stata proposta la possibilità di strutturare un’academy dedicata ai ragazzi, la cosa mi ha incuriosito moltissimo. Ho iniziato con due ragazzi e per i primi sei mesi abbiamo fatto una scelta molto precisa: niente tornei e niente partite. Solo allenamento. Volevo che prima comprendessero la mia idea di padel. Dopo sei mesi abbiamo iniziato a competere e sono arrivati anche i risultati.
Da lì il progetto è cresciuto e diversi nostri ragazzi sono arrivati alle convocazioni regionali”.

Qual è l’elemento che distingue il tuo metodo di allenamento?

“Credo sia la capacità di adattare l’insegnamento alla persona che ho davanti. Ogni ragazzo è diverso per età, coordinazione, caratteristiche fisiche e capacità di apprendimento. Non posso utilizzare lo stesso sistema con tutti aspettandomi lo stesso risultato. Quando sento dire da un allenatore “questo ragazzo non riesce a farlo”, non sono d’accordo. Non è necessariamente il ragazzo che non riesce: forse sei tu che non sei ancora riuscito a semplificare abbastanza ciò che gli stai spiegando. Magari quel ragazzo ha bisogno di più tempo, di più ripetizioni, di dividere il movimento in più passaggi oppure di utilizzare strumenti differenti.
Il compito dell’allenatore è trovare quella strada”.

Quindi non credi che il talento naturale sia determinante?

“Naturalmente ogni persona ha caratteristiche differenti e non tutti raggiungeranno lo stesso livello. Ma io posso accompagnare ogni ragazzo verso il massimo che quella persona può esprimere. Posso insegnare coordinazione, tecnica, movimento. Quello che non posso controllare completamente è ciò che il ragazzo ha nella testa: la determinazione, la disponibilità ad allenarsi, la capacità di affrontare una sconfitta e la volontà di continuare. Alcune delle sorprese più grandi le ho avute proprio da ragazzi che magari inizialmente sembravano avere più difficoltà degli altri, ma che non hanno mai mollato.
Per questo non scarto nessuno”.

Nel tuo metodo entrano biomeccanica, neuroscienze e persino fisica. Perché?

“Perché voglio capire quello che succede realmente. Se comprendo perché una racchetta accelera, perché una palla ruota, come si muove il corpo o quali forze intervengono durante un colpo, successivamente posso trovare il modo di semplificare tutto questo per un ragazzo di dieci o undici anni. Ovviamente non vado dal ragazzo a spiegargli la biomeccanica. La studio io per poter trovare una spiegazione semplice che funzioni per lui.
Il mio approccio è teorico e analitico, ma deve sempre tradursi nella pratica. Alla fine devo ottenere un risultato”.

È proprio questo approccio alla ricerca che ti ha avvicinato a Prokennex?

“Sì, quando ho incontrato Prokennex, inizialmente mi è piaciuta soprattutto la possibilità di avere un rapporto più diretto. Volevo poter parlare non soltanto degli aspetti commerciali, ma anche di quello che sentivo io e di quello che sentivano i miei ragazzi utilizzando le racchette. Poi ho iniziato ad approfondire quello che c’era dietro il prodotto e ho capito che avevamo qualcosa in comune, studiare per ottenere un risultato.
Quando ho approfondito le tecnologie, i materiali e la costruzione delle racchette, ho trovato una qualità e una cura dei dettagli che considero superiori alla media. Ed è qualcosa in cui mi riconosco molto”.

Cosa ti ha colpito maggiormente del Kinetic System?

“Prima di conoscerlo veramente avevo una percezione molto diversa. ProKennex viene spesso associata soprattutto alla protezione del braccio e alla prevenzione dei problemi al gomito. Quando invece ho scoperto cosa avviene realmente all’interno della racchetta e il funzionamento della Kinetic Mass, la mia prospettiva è cambiata.
Ho iniziato a guardare la tecnologia non soltanto dal punto di vista del comfort, ma anche da quello della performance. Credo che questo sia un aspetto molto importante soprattutto parlando ai giovani. A un ragazzo interessa sapere cosa può ottenere in campo: maggiore stabilità, risposta all’impatto, controllo, prestazione. Poi naturalmente c’è anche il beneficio legato alla riduzione delle vibrazioni”.

Quanto è importante la qualità dell’attrezzo nel lavoro quotidiano con i tuoi ragazzi?

“Molto. Nel nostro metodo di allenamento facciamo tantissime ore di palleggio con palla viva, quindi i ragazzi utilizzano le pale con continuità. Io ho fatto provare loro diversi modelli Prokennex proprio perché credo nella qualità dei materiali e di ogni attrezzo. Ognuno poi deve trovare quella più adatta alle proprie caratteristiche e al proprio gioco.
Un altro motivo per cui ho proposto Prokennex ai ragazzi è la possibilità di avere un marchio realmente vicino a loro. Per un giovane atleta credo sia un’opportunità importante poter crescere insieme a un brand che può seguirlo direttamente nel suo percorso”.

Quanti giovani agonisti stai seguendo attualmente?

“Sono circa quattordici. Cinque o sei partecipano già a competizioni nazionali e internazionali, mentre altri stanno iniziando il loro percorso agonistico. Con Prokennex abbiamo già costruito una collaborazione diretta con alcuni ragazzi, che hanno sottoscritto individualmente un proprio accordo con il brand”.

Guardando al futuro, qual è l’obiettivo che vorresti raggiungere con i tuoi ragazzi?

“Vorrei riuscire a portare uno dei miei ragazzi ai vertici in Italia e ai primi posti a livello internazionale. Non lo considero un sogno irrealizzabile. Credo sia possibile, ma serve tempo. Arrivare al professionismo, però, non dipende soltanto dalla capacità tecnica. Servono risorse per viaggiare, partecipare alle competizioni internazionali e confrontarsi con i migliori. Nel padel, inoltre, devi trovare un compagno che abbia qualità e possibilità di seguire lo stesso percorso.
Il mio obiettivo è accompagnare questi ragazzi fino alla competizione agonistica professionale”.

C’è qualcosa che vuoi lasciare ai tuoi ragazzi oltre ai risultati sportivi?

“Assolutamente sì, ed è probabilmente una delle cose a cui tengo maggiormente. Quanti dei ragazzi che alleno diventeranno professionisti? Magari uno su cinquanta. Gli altri faranno altri lavori e prenderanno altre strade. Ma attraverso lo sport possono imparare molto di più che colpire una palla: avere un metodo, rispettare le regole, mantenere il controllo, essere competitivi ma corretti, affrontare una sconfitta e soprattutto cercare una soluzione quando qualcosa non funziona.
Quando sono in panchina, ho pochi secondi per capire cosa sta succedendo, dare un’indicazione a un ragazzo e rimandarlo in campo. Quando quella soluzione funziona è una soddisfazione impagabile.
Alla fine hai sempre dei ragazzi davanti a te. Non stai insegnando loro soltanto a giocare a padel”.